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Nelle ultime 24 ore il quadro di mercato si è rafforzato ulteriormente. A Wall Street, mercoledì 15 aprile, lo S&P 500 ha chiuso a un nuovo record a 7.022,95 punti con un rialzo dello 0,8%, mentre il Nasdaq Composite ha guadagnato l’1,6% a 24.016,02 punti, anch’esso su nuovi massimi di chiusura. Il Dow Jones, invece, ha terminato in lieve calo dello 0,15% a 48.463,72 punti, segnalando una leadership più concentrata sulla componente growth e tecnologica. A sostenere il movimento sono stati sia i risultati di Bank of America e Morgan Stanley sia l’idea crescente che il mercato stia iniziando a scontare un miglioramento del quadro geopolitico.
Nella seduta asiatica di giovedì 16 aprile il tono è rimasto costruttivo: il Nikkei 225 è salito del 2,2% su nuovi record, l’MSCI Asia-Pacific ex Japan ha guadagnato circa l’1,2% e i futures sull’S&P 500 risultavano in rialzo dello 0,2%. Il movimento è stato accompagnato da attese elevate sugli utili di TSMC e da un dato sul PIL cinese del primo trimestre pari al 5,0% annuo, superiore alle attese, elemento che ha contribuito a rafforzare la percezione di tenuta della crescita asiatica.
In Europa il quadro è più sfumato. Il 14 aprile le azioni europee avevano reagito positivamente alle speranze di de-escalation, con il pan-European index in rialzo dell’1% e DAX, IBEX e CAC sopra l’1%. Il 15 aprile, però, il listino europeo ha mostrato maggiore fragilità, frenato da trimestrali miste e soprattutto dalla maggiore sensibilità dell’area euro al canale energetico. Reuters segnala che il lusso è stato tra i comparti più deboli, mentre Wall Street ha mostrato una capacità di recupero decisamente superiore.
Sul fronte del sentiment, il VIX è sceso ai livelli più bassi da febbraio, mentre l’indice MSCI All Country World è tornato su nuovi massimi storici o molto vicino ad essi. Questo è un segnale importante: il mercato non si sta limitando a rimbalzare, ma sta nuovamente prezzando uno scenario di normalizzazione.
/Contesto/
Per capire il movimento attuale bisogna partire dal quadro delle ultime settimane. I mercati azionari arrivavano da una fase in cui la guerra in Medio Oriente aveva provocato una brusca risalita del petrolio, un aumento dei timori inflazionistici e una rivalutazione del rischio macro. Lo S&P 500 era arrivato vicino a una correzione tecnica del 10% dai massimi precedenti, mentre il Nasdaq aveva perso terreno in modo rapido. Quel repricing aveva colpito soprattutto i titoli ad alta duration, cioè tecnologia e growth, più sensibili alla traiettoria dei tassi reali.
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