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Il 17 aprile 2026 l’Iran ha dichiarato completamente aperto il passaggio per tutte le navi commerciali nello Stretto di Hormuz per il restante periodo del cessate il fuoco, secondo le dichiarazioni del ministro degli Esteri Abbas Araghchi rilanciate da media internazionali. Donald Trump ha poi salutato pubblicamente l’annuncio come segnale positivo. In parallelo, Francia e Regno Unito hanno convocato una riunione con circa 40 Paesi per discutere una missione a tutela della libertà di navigazione una volta conclusa la fase più acuta del conflitto, elemento che segnala come la riapertura politica non equivalga ancora a una piena normalizzazione operativa.

Sul mercato energetico la reazione è stata immediata: Reuters riferisce che il Brent è sceso del 3,1% a 96,31 dollari al barile e il WTI del 3,55% a 91,33 dollari, mentre un altro market wrap della stessa agenzia indicava il WTI in area 87,50 dollari e il Brent sotto quota 100 nella seduta di venerdì. La divergenza intraday conferma una volatilità ancora elevata, ma il messaggio di fondo è chiaro: il mercato sta togliendo prezzo allo scenario di blocco prolungato di Hormuz.

Nel resto del complesso macro-finanziario, l’oro spot si è mantenuto elevato a 4.818,96 dollari l’oncia, avviandosi verso la quarta settimana consecutiva di rialzo; il dollaro index è sceso verso 98,103, mentre l’euro si è riportato vicino a 1,1795 contro dollaro. Bitcoin, intanto, tratta a 76.597 dollari secondo il dato di mercato del 17 aprile, in un contesto di recupero dell’appetito per il rischio.

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Per capire il movimento attuale bisogna partire dalla struttura del rischio costruita nelle ultime settimane. Dall’inizio della crisi, Hormuz è tornato al centro del pricing globale perché rappresenta uno dei principali chokepoint energetici del mondo. Reuters riporta che le restrizioni al transito hanno ostacolato circa 13 milioni di barili al giorno di flussi petroliferi, mentre le autorità del G7 hanno discusso apertamente il rischio di danni economici, inflazione importata e pressioni sulle catene di approvvigionamento.

Prima dell’annuncio iraniano, il mercato stava quindi scontando non solo la guerra, ma soprattutto la possibilità che il conflitto producesse uno shock energetico persistente. Questo spiega perché il petrolio fosse salito molto più rapidamente di quanto il solo equilibrio domanda-offerta di breve periodo avrebbe suggerito. La narrativa dominante era semplice: se Hormuz resta compromesso, il greggio incorpora un premio geopolitico elevato; se si apre uno spiraglio diplomatico, quel premio viene eroso in fretta.