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Il 12 aprile 2026 i colloqui di Islamabad tra Washington e Teheran si sono chiusi senza accordo dopo 21 ore di negoziato. Il vicepresidente USA JD Vance ha attribuito il fallimento al rifiuto iraniano di rinunciare alle ambizioni nucleari; l’Iran, attraverso il presidente del parlamento Mohammad Baqer Qalibaf, ha invece parlato di mancanza di fiducia verso gli Stati Uniti e di richieste eccessive. Poche ore dopo, Donald Trump ha annunciato che la Marina USA inizierà a bloccare lo Stretto di Hormuz, rilanciando l’escalation proprio mentre la tregua di due settimane appariva già fragile.

Parallelamente, il fronte libanese è rimasto acceso. Reuters riferisce che Israele ha continuato a colpire Hezbollah in Libano anche durante la tregua USA-Iran, mentre Teheran sostiene che un vero cessate il fuoco debba includere anche il Libano. È questo uno dei nodi che ha fatto saltare il tavolo diplomatico.

Contesto

Per capire questa guerra bisogna ricostruirla in ordine, senza sovrapporre piani diversi.

  • Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele avviano raid contro l’Iran. Reuters indica quella data come l’inizio della guerra e conferma che nei primi attacchi viene ucciso Ali Khamenei, insieme ad altri vertici del sistema iraniano.
  • Nei giorni successivi il sistema iraniano non collassa. Il nuovo leader, Mojtaba Khamenei, eredita formalmente il ruolo ma appare ferito e con minore autorità rispetto al padre; secondo Reuters, i Guardiani della Rivoluzione assumono un peso ancora più centrale nelle decisioni strategiche. Questo è un punto fondamentale: la “decapitazione” della leadership non ha prodotto una resa politica immediata.
  • Il 2 marzo Hezbollah apre il fronte libanese lanciando missili contro Israele “in supporto” dell’Iran. Da quel momento il conflitto smette di essere soltanto uno scontro USA-Israele-Iran e diventa una crisi regionale a più livelli.
  • Nel corso di marzo l’Iran usa droni e missili a basso costo per logorare la difesa avversaria. Reuters segnala una forte asimmetria dei costi: un drone Shahed è stimato intorno a 20.000-50.000 dollari, mentre un intercettore Patriot può costare circa 4 milioni. È uno squilibrio che non decide da solo la guerra, ma spiega perché il conflitto eroda rapidamente scorte e bilanci occidentali.
  • Lo Stretto di Hormuz diventa il vero centro di gravità economico del conflitto. Prima della guerra, da quel passaggio transitava circa il 20% del petrolio e del gas mondiale; la sua chiusura parziale ha provocato, secondo Reuters e IEA citata da Reuters, il più grande shock di offerta petrolifera della storia moderna.
  • Il 7-8 aprile arriva una tregua temporanea di due settimane, accolta positivamente dai mercati ma mai davvero consolidata sul terreno. Il cessate il fuoco sospende i raid USA-Israele sull’Iran, ma non risolve né Hormuz né il Libano.
  • Tra il 10 e il 12 aprile si prova la via diplomatica a Islamabad. L’Iran entra ai colloqui chiedendo anche sblocco di asset congelati, riparazioni di guerra e stop alle operazioni israeliane in Libano. Washington mantiene come linea rossa l’abbandono del percorso verso l’arma nucleare e la riapertura piena di Hormuz. Il negoziato si arena proprio su questi due assi.

Sviluppo attuale

La fase attuale è quindi il risultato di un errore di lettura iniziale condiviso da molte capitali: l’idea che l’uccisione di Ali Khamenei avrebbe prodotto una rapida paralisi iraniana. I fatti raccontano altro. L’apparato politico-militare di Teheran è rimasto operativo, la catena decisionale è stata ristrutturata attorno ai Pasdaran e il nuovo leader, pur ferito e meno visibile, non ha offerto la resa che Washington e Tel Aviv speravano di ottenere in tempi brevi.

Anche sul fronte libanese non si è verificata la de-escalation attesa. Reuters documenta che gli attacchi israeliani sono proseguiti, mentre il Libano è diventato uno dei principali ostacoli ai colloqui. In altre parole, il dossier nucleare e quello regionale si sono saldati: per Teheran non esiste una pace credibile se Israele continua a colpire Hezbollah; per Israele, invece, il fronte libanese resta separato e legittimo.

Sul piano economico e militare, il conto comincia a pesare. Israele ha già quantificato in 35 miliardi di shekel, pari a circa 11,5 miliardi di dollari, il costo di bilancio della guerra con l’Iran, di cui 22 miliardi per la difesa. Negli Stati Uniti, il prezzo medio della benzina è salito a 4,125 dollari al gallone al 12 aprile, livello coerente con la pressione energetica generata da Hormuz.

Analisi strategica

La logica strategica di Israele e Stati Uniti è stata duplice: impedire all’Iran di consolidare una capacità nucleare militare e colpire il vertice politico-militare del regime per ridurne la capacità di comando. Ma la seconda parte del piano non ha prodotto l’effetto decisivo atteso. Reuters descrive infatti un sistema iraniano “depleted but resilient”: indebolito, sì, ma ancora capace di operare, sostituire comandanti e mantenere una linea negoziale dura.

L’Iran, dal canto suo, ha cercato di trasformare una debolezza convenzionale in leva geopolitica. Non può competere simmetricamente con la superiorità aerea USA-Israele, ma può alzare il costo della guerra con tre strumenti: droni e missili a basso costo, pressione sui mercati energetici tramite Hormuz, e attivazione dell’asse regionale con Hezbollah. In termini militari, è una strategia di usura più che di vittoria classica.

Sul ruolo americano va chiarito un punto importante. Non risulta corretto dire che gli Stati Uniti “dipendono dalla Russia” per petrolio e gas. Reuters sottolinea anzi che il mercato considera l’economia USA meno esposta al conflitto rispetto ad altri paesi proprio perché gli Stati Uniti sono un esportatore netto di energia, e che le raffinerie del Golfo sono meno dipendenti dal greggio mediorientale. È vero però un altro elemento: per contenere i prezzi globali, Washington sta valutando o prorogando deroghe che consentono ad altri paesi di acquistare alcuni barili russi sanzionati. Questo non equivale a dipendenza energetica USA dalla Russia, ma mostra quanto il fattore prezzo stia condizionando la strategia politica americana.

Anche il fattore “retorica” pesa. Trump ha alternato aperture negoziali e minacce estreme: Reuters ha riportato sia l’ultimatum che precedette la tregua, sia la nuova decisione di bloccare Hormuz dopo il fallimento dei colloqui. Questa oscillazione aumenta l’incertezza perché rende più difficile per i mercati e per gli alleati capire se Washington stia cercando davvero un accordo o una coercizione crescente.

Impatto sui mercati

Il petrolio resta l’asset centrale. L’8 aprile, con l’annuncio della tregua, il Brent era crollato del 16% a 91,80 dollari, segnale di quanto il premio geopolitico fosse diventato dominante. Ma il sollievo è stato parziale e reversibile: il fallimento dei colloqui del 12 aprile e il nuovo annuncio di blocco navale riaprono il rischio di un nuovo shock energetico.

L’oro si è comportato da bene rifugio, pur con oscillazioni. Reuters riportava il 10 aprile spot gold a 4.761,79 dollari l’oncia, in rialzo di quasi il 2% nella settimana, sostenuto da un dollaro più debole e dall’incertezza sulla tenuta della tregua. In questo contesto l’oro non sale solo per paura della guerra, ma anche perché un nuovo shock energetico complicherebbe il lavoro delle banche centrali e riaprirebbe il tema inflazione.

Sull’azionario il quadro è più articolato. Prima del fallimento dei colloqui, Wall Street aveva recuperato terreno: nella settimana al 10 aprile il Nasdaq era salito del 4,7%, l’S&P 500 del 3,6% e lo STOXX 600 europeo aveva chiuso una seduta in rialzo dello 0,4%. Ma Reuters segnala anche che l’S&P 500 resta circa il 3,9% sotto i livelli precedenti allo scoppio della guerra, e UBS ha ridotto il target 2026 proprio per l’effetto combinato di petrolio più alto, crescita più debole e inflazione più rigida.

Sul forex, il dollaro si è rafforzato nella fase più dura della guerra come bene rifugio, poi ha perso terreno con la tregua temporanea. Questo significa che il cambio resta una scommessa sulla durata della de-escalation: se Hormuz resta bloccato e il conflitto si allarga, il rifugio torna a prevalere; se invece la tregua regge, il dollaro può indebolirsi.

Per le crypto, l’effetto più probabile resta quello tipico degli asset risk-on/risk-off: in caso di nuova escalation energetica e militare, la volatilità tende ad aumentare e l’appetito per il rischio a ridursi. Le prime reazioni di mercato dopo il fallimento dei colloqui vanno in questa direzione.

Scenari possibili

• /Scenario positivo/
La tregua resta formalmente in piedi fino al 22 aprile, Hormuz viene almeno parzialmente riaperto, Israele accetta una qualche forma di contenimento sul fronte libanese e i colloqui riprendono su base tecnica. In questo scenario il mercato dell’energia non torna subito alla normalità, ma il premio geopolitico si riduce gradualmente. È lo scenario che i mercati avevano iniziato a prezzare l’8 aprile.

• /Scenario negativo/
Il blocco navale USA provoca incidenti nello Stretto di Hormuz, l’Iran risponde militarmente o con mine e droni, il fronte libanese si intensifica e la tregua collassa prima della scadenza. In questo caso il petrolio tornerebbe a essere il principale vettore di contagio globale, con nuova pressione su inflazione, trasporti, costo del carburante e banche centrali.

• /Scenario più realistico/
Nel breve termine è più plausibile una situazione intermedia: né pace vera né guerra definitivamente conclusa, ma una tregua instabile con combattimenti indiretti, Hormuz solo parzialmente operativo, Libano ancora caldo e negoziato intermittente. È lo scenario più coerente con la struttura attuale del conflitto: troppi dossier aperti, troppa sfiducia reciproca e troppi incentivi politici interni a non apparire deboli.

Conclusione

La guerra non è cominciata come appendice lineare di Gaza, ma come confronto diretto tra Stati Uniti-Israele e Iran, esploso il 28 febbraio 2026 con l’uccisione di Ali Khamenei. L’errore strategico principale dell’Occidente è stato ritenere che il colpo al vertice avrebbe automaticamente spezzato la volontà di resistenza iraniana. Invece Teheran ha assorbito lo shock, ha militarizzato ulteriormente il processo decisionale e ha spostato il baricentro del conflitto su dove fa più male al mondo: energia, navigazione e prezzi.

Nelle prossime ore e nei prossimi giorni il mercato guarderà soprattutto a tre variabili: la reale applicazione del blocco annunciato da Trump, il traffico effettivo nello Stretto di Hormuz e l’eventuale allargamento del fronte libanese. Sono questi, più ancora delle dichiarazioni politiche, gli indicatori che diranno se il sistema sta entrando in una de-escalation faticosa o in una nuova fase della guerra.

Punti chiave

  • La guerra attuale inizia il 28 febbraio 2026 con raid USA-Israele contro l’Iran, non come semplice prosecuzione del conflitto di Gaza.
  • L’uccisione di Ali Khamenei non ha prodotto il crollo del sistema iraniano: i Pasdaran hanno assunto un ruolo ancora più centrale.
  • Il Libano è diventato il principale ostacolo politico alla pace: per Teheran la tregua deve includere Hezbollah, per Israele no.
  • Hormuz resta il vero moltiplicatore globale della crisi, perché da lì passava circa il 20% dei flussi mondiali di petrolio e gas.
  • Non risulta corretto parlare di dipendenza energetica USA dalla Russia; è più corretto dire che Washington teme l’effetto prezzi e usa anche leve straordinarie per contenere il mercato.