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Nella giornata di martedì 14 aprile 2026, l’oro spot è risalito verso 4.782 dollari l’oncia, recuperando dopo il recente arretramento, mentre il petrolio ha corretto dai picchi delle ultime sedute: il Brent è tornato in area 99 dollari al barile e il WTI in area 97 dollari. Parallelamente, il dollaro ha proseguito la sua flessione, con il dollar index sceso in zona 98,06, l’euro salito fino a circa 1,1798 contro il biglietto verde e lo yen ancora debole ma meno sotto pressione rispetto ai giorni di massimo stress.

Il driver immediato non è stato un miglioramento strutturale del quadro energetico, ma la speranza di una riapertura dei colloqui tra Stati Uniti e Iran. Il mercato, in sostanza, sta scontando un alleggerimento del premio di rischio più che una normalizzazione già avvenuta dei flussi fisici. Questo punto è cruciale, perché la narrativa di sollievo dei mercati finanziari non coincide ancora con una piena risoluzione del problema sull’offerta energetica globale.

Sul fronte macro, lo shock petrolifero continua a filtrare nei dati. Negli Stati Uniti, il producer price index di marzo è salito dello 0,5% mensile, meno delle attese ma comunque con una dinamica annua salita al 4,0%; la Federal Reserve, intanto, resta in modalità attendista, con tassi ancora nel range 3,50%-3,75% e una crescente attenzione al doppio rischio di inflazione più alta e mercato del lavoro più fragile.

/Contesto/

Per capire il movimento attuale bisogna partire dal contesto delle ultime settimane. Il mercato era arrivato a questa fase dopo un violento shock energetico generato dall’escalation in Medio Oriente, con forti interruzioni nei flussi e un’impennata del premio geopolitico su petrolio e gas. Il punto di rottura è stato lo Stretto di Hormuz, snodo strategico per il trasporto di greggio e LNG: la sola percezione di un’interruzione prolungata ha spinto i prezzi fisici del greggio verso livelli estremi, anche oltre quelli riflessi dai futures.

Prima del parziale raffreddamento di inizio aprile, il Brent era arrivato a superare con forza quota 100 dollari e in alcune tratte del mercato fisico il prezzo del barile si era avvicinato ai 150 dollari. Questo ha riaperto uno schema macro classico: energia più cara, aspettative di inflazione più rigide, banche centrali meno libere di tagliare i tassi, pressione sulle economie importatrici e rotazione degli investitori verso asset rifugio o difensivi.