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Nella settimana conclusa venerdì 10 aprile 2026, il petrolio è rimasto su livelli elevati anche dopo il ritracciamento legato alla tregua tra Stati Uniti e Iran: il Brent ha chiuso a 95,20 dollari al barile e il WTI a 96,57 dollari, mentre il traffico nello Stretto di Hormuz è rimasto ben sotto i livelli pre-crisi. Sul mercato fisico, però, la tensione è stata ancora più evidente: alcune qualità di greggio per consegna immediata in Europa e Asia sono arrivate vicino a 150 dollari al barile, segnale che il problema vero non è solo il prezzo dei futures, ma la disponibilità immediata di barili raffinabili.
Negli Stati Uniti, il dato chiave è arrivato dall’inflazione di marzo, pubblicata il 10 aprile: l’indice CPI è salito dello 0,9% su base mensile e del 3,3% su base annua, il massimo da maggio 2024. Il balzo è stato trainato soprattutto dalla benzina, in aumento del 21,2% nel solo mese, con il carburante che ha spiegato quasi tre quarti dell’incremento complessivo dei prezzi al consumo. Il core CPI è salito dello 0,2% mensile e del 2,6% annuo, ma il mercato ha letto quel dato con cautela, perché molti economisti ritengono che gli effetti di secondo impatto dell’energia non siano ancora del tutto entrati nei prezzi.
Sul forex, il dollaro ha perso parte del premio difensivo accumulato durante il picco della crisi: secondo Reuters, venerdì 10 aprile era avviato verso la peggiore settimana da gennaio, mentre l’euro si è spinto fino a 1,1698 dollari, dopo avere toccato un massimo intraday di 1,1721 il 9 aprile. Contro yen, invece, il biglietto verde è rimasto forte, con il cambio dollaro/yen a 159,02, a conferma che la valuta giapponese continua a soffrire il differenziale dei rendimenti e l’impatto energetico sulle importazioni.
L’oro ha recuperato terreno con l’indebolimento del dollaro e con il ritorno della domanda difensiva: il 9 aprile spot gold era risalito a 4.789,67 dollari l’oncia, mentre il 10 aprile si avviava a chiudere la terza settimana consecutiva in rialzo. Ma il quadro è meno lineare di quanto sembri: nelle settimane precedenti il metallo aveva anche subito una correzione significativa, penalizzato dal rialzo delle aspettative sui tassi e dalla necessità degli investitori di liquidare posizioni per coprire altre perdite. In sottofondo, però, resta un pilastro importante: la banca centrale cinese ha aumentato le riserve auree per il diciassettesimo mese consecutivo.
Sul lato crypto, Bitcoin resta agganciato soprattutto alla dinamica della liquidità, del rischio e del quadro normativo. Reuters ha riportato a metà marzo che Citigroup ha tagliato i target a 12 mesi su Bitcoin ed Ether per il rallentamento del percorso legislativo statunitense sulle crypto; nello stesso report Bitcoin era indicato intorno a 74.298 dollari ed Ether a 2.345 dollari. Questo conferma che, al momento, le criptovalute stanno reagendo meno come “beni rifugio puri” e più come asset sensibili sia al sentiment sia ai catalizzatori regolatori.
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