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Nella seduta di venerdì 17 aprile, il Brent è sceso a 98,78 dollari al barile e il WTI a 93,80 dollari, in reazione ai segnali di possibili colloqui tra Stati Uniti e Iran e alla tregua di 10 giorni tra Israele e Libano. Parallelamente, l’oro spot si è mantenuto in area 4.783,91 dollari l’oncia, vicino ai massimi, mentre il dollaro si avvia verso la seconda settimana consecutiva di ribasso e l’euro si è portato a 1,1782 contro il biglietto verde. Bitcoin quota intorno a 75.285 dollari ed Ethereum attorno a 2.349,74 dollari, livelli coerenti con un recupero parziale ma ancora lontani dai picchi precedenti.

Il quadro di politica monetaria resta però prudente. La Federal Reserve ha mantenuto i tassi al 3,50%-3,75% a marzo e vari esponenti Fed stanno segnalando che il rincaro energetico rischia di tenere l’inflazione sopra target più a lungo; nel frattempo, nel mercato si è fortemente ridimensionata l’ipotesi di tagli nel 2026. Anche la BCE sta prendendo tempo: i verbali del meeting del 18-19 marzo e le dichiarazioni di diversi membri del Consiglio indicano che Francoforte non vuole reagire in modo affrettato a uno shock energetico se non emergono effetti di secondo livello su salari e aspettative. In Giappone, il governatore Kazuo Ueda ha evitato di preparare il terreno a un rialzo già in aprile, indebolendo lo yen e riducendo le attese di stretta immediata.

Sul fronte energetico, i rischi strutturali non sono affatto rientrati. Reuters riporta che la chiusura dello Stretto di Hormuz continua a bloccare circa il 20% dei flussi globali di petrolio, mentre l’AIE ritiene che il recupero dell’output energetico perso in Medio Oriente possa richiedere circa due anni. È un dato cruciale: i futures stanno correggendo, ma il danno all’offerta e alla logistica non è stato ancora assorbito dal sistema.

/Contesto/

Per capire il movimento attuale bisogna partire da un punto: da fine febbraio il mercato ha smesso di leggere oro, petrolio, dollaro e valute in modo separato. Il conflitto in Medio Oriente ha trasformato l’energia nel canale centrale di trasmissione verso inflazione, crescita e politica monetaria. Prima la narrativa dominante era quella di banche centrali potenzialmente più accomodanti nella seconda parte del 2026; poi l’impennata dei costi energetici ha spinto gli operatori a rivedere quella visione, temendo una combinazione di crescita più debole e prezzi più alti.

L’oro arrivava a questa fase con una doppia funzione. Da un lato restava un bene rifugio in un contesto geopolitico fragile; dall’altro, doveva convivere con rendimenti nominali elevati e con il rischio che il petrolio, alimentando l’inflazione, costringesse la Fed a restare restrittiva più a lungo. Nelle ultime sedute il metallo giallo ha beneficiato del calo del dollaro e dell’attenuazione dei timori di ulteriore accelerazione inflattiva via petrolio, ma il suo comportamento resta più coerente con un mercato ancora nervoso che con un ritorno pieno dell’appetito per il rischio.