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Nelle ultime sessioni il mercato globale ha reagito al fallimento dei colloqui tra Stati Uniti e Iran e all’annuncio americano di una stretta marittima contro l’Iran con un’immediata impennata del petrolio sopra i 100 dollari al barile. Reuters segnala Brent oltre quota 102 dollari, in rialzo di circa il 7% nella giornata e di oltre il 40% rispetto ai livelli precedenti alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Contestualmente il dollaro si è rafforzato, l’euro è arretrato verso area 1,166 contro il biglietto verde, le borse hanno mostrato un chiaro tono risk-off e l’oro è sceso, rompendo la lettura automatica secondo cui ogni escalation geopolitica favorisce sempre il metallo giallo.
Sul fronte macro, il dato chiave è arrivato dagli Stati Uniti il 10 aprile 2026: l’indice CPI di marzo è salito dello 0,9% mensile e del 3,3% annuo, con il comparto energia in aumento del 10,9% nel mese e la benzina in rialzo del 21,2%, il maggiore incremento mensile della serie storica pubblicata dal Bureau of Labor Statistics. Il core CPI, invece, è cresciuto dello 0,2% mensile e del 2,6% annuo, segnalando che l’impulso inflazionistico immediato arriva soprattutto dallo shock energetico. Questo passaggio è cruciale perché il mercato ha iniziato a leggere il rincaro del greggio non solo come rischio geopolitico, ma come freno a eventuali tagli dei tassi.
Anche le banche centrali restano al centro della scena. La Federal Reserve ha mantenuto il 18 marzo il target sui Fed funds al 3,50%-3,75%, mentre la BCE ha come tasso sui depositi il 2,00% dall’11 giugno 2025. Tuttavia, il repricing delle aspettative si è intensificato: Reuters riferisce che il mercato è passato dal ragionare su tagli a prezzare uno scenario di tassi più alti più a lungo, e nel caso europeo persino ulteriori rialzi, con la prossima riunione BCE fissata per il 29-30 aprile 2026.
/Contesto/
Il mercato arrivava a questa fase con una narrativa già fragile. Dopo i tagli della Fed nella seconda metà del 2025 e con la BCE in territorio meno restrittivo rispetto al picco del ciclo precedente, la convinzione prevalente era che il 2026 potesse essere un anno di normalizzazione monetaria graduale. La guerra in Medio Oriente e l’instabilità sul fronte energetico hanno spezzato questa traiettoria, riportando in primo piano il rischio di inflazione importata e di rallentamento della crescita simultaneo. È il classico contesto in cui il mercato teme non solo prezzi più alti, ma anche margini più compressi, domanda più debole e una politica monetaria con meno spazio di supporto.
A rendere il quadro ancora più complesso c’è la centralità dello Stretto di Hormuz. L’EIA sottolinea che il Brent ha mediato 103 dollari al barile in marzo e che potrebbe toccare un picco medio di 115 dollari nel secondo trimestre 2026, specificando però che questa previsione dipende in modo sensibile dalla durata del conflitto e delle interruzioni di offerta. In altri termini, il mercato non sta solo reagendo al presente: sta prezzando una distribuzione dei rischi molto più ampia, dove il costo dell’energia resta elevato anche senza un’interruzione totale e prolungata dei flussi.
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